Intervista a Federico Ranucci

“In fondo si fa arte per comunicare” 

Federico Ranucci


Il lavoro di Federico Ranucci, romano classe 1975, parla di tormento e intensità attraverso linee nervose, i cuori appena accennati, le figure evanescenti sempre sul punto di scomparire e quel costante tratto nero, intenso che raffigura l’esserci e il non esserci di una figura umana che pare trovarsi sempre in bilico in un universo parallelo.

Nelle sue opere serpeggia una malinconia antica in uno stile maturo e consapevole caratteristico dei grandi artisti.

Federico Ranucci parla del suo patologico isolamento ma poi si abbandona e ammette, con infantile purezza, che il suo essere artista è il suo modo, l’unico che conosce, per comunicare… Riesce a raccontarsi con una precisione unica e a spiegare cosa c’è dietro la sua straordinaria arte.

Come hai cominciato a dipingere ?

A circa quattro anni ogni volta che mi veniva messa una matita in mano per farmi disegnare, avevo attacchi di rabbia e non volevo assolutamente disegnare… Probabilmente perché inconsciamente non volevo comunicare e da lì i famigliari mi portano in cura. La mia prima dottoressa riesce a sbloccarmi e farmi disegnare, poi non ho più smesso. Non ricordo quando mi capitarono sotto gli occhi dei disegni fatti da bambini autistici, so solo che ne rimasi letteralmente affascinato… A scuola avevo molti problemi nel socializzare e fuori la scuola ho cominciato ad avere atteggiamenti vicini all’autismo. Mentre io crescevo la mia pittura andava di pari passo… Ho frequentato il liceo artistico ma con la scuola ho sempre avuto pessimi rapporti. Non ho mai sopportato il disegno accademico anche se ci sono passato… Ero attratto da pittori che esaltavano la pittura infantile… Klee, Mirò, Dubuffet, Hundertwasser, la linea nervosa di Schiele e naturalmente Picasso mi hanno sempre influenzato. Durante gli anni ho avuto diverse crisi artistiche perché non riuscivo a trovare la mia strada. Volevo fare un tipo di pittura che non doveva solo soddisfarmi con il risultato ma soprattutto la soddisfazione dovevo sentirla durante l’atto fisico del dipingere. 

Se dovessi descrivere la tua arte ?

Tutta la mia arte si basa sul disegno, il disegno è alla base di tutto, io sinceramente non voglio fare differenza fra pittura e disegno.Si è scritto tanto ma per quanto mi riguarda la pittura e il disegno sono la stessa cosa. Quando dipingo ho delle regole anche se non sempre le rispetto, non voglio che i colori si intrecciano e sono molto attento alla linea… La voglio pulita ma nervosa e il tutto deve ricordare il mondo infantile… Meglio ancora se ricorda il mondo infantile di un autistico. Gli autistici si rifugiano in un mondo parallelo e rifiutano il contatto con la realtà… Sono molto attratto dall’ isolamento… Credo che questo sia l’origine di tutti i miei mali.

In che modo la sofferenza alimenta la tua arte ? 

Ho iniziato a dipingere in seguito a problemi di comunicazione in tenera età, naturalmente i miei disturbi mi hanno aiutato nel processo di creazione. Negli anni ho fatto tanta pratica, spesso insoddisfatto cercavo la mia strada e ho scoperto che per trovare la propria strada la sofferenza è necessaria… Quindi direi che la mia malattia mi ha aiutato veramente tanto.

Cosa vorresti che la gente comprendesse del tuo lavoro?

Non m’interessa che la gente arrivi a comprendere le mie opere, io voglio solo che rimanga emozionata. Non è necessario sapere cosa c’è nella testa dell’artista… Quando qualcuno vede un mio quadro e scatta qualcosa io sono più che soddisfatto. Poi se scava e vuole cercare di capire tutto ancora meglio ma io non amo dare spiegazioni. Mi piace che rimangono dubbi, il dubbio è importante.

2017-07-19T09:43:42+00:00

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