ALEXANDER MCQUEEN: OTTO ANNI SENZA IL GENIO RIBELLE DELLA MODA INGLESE

Genio e sregolatezza, sensibilità e tormento: cosa rese la moda di McQueen irripetibile.

di Chiara Caputo Sibilla

Ci sono eventi destinati a cambiare inesorabilmente il corso della storia. Lo stesso vale per la moda, orfana di una delle figure più geniali ed autorevoli che la storia del costume abbia mai conosciuto: Alexander McQueen. Sono trascorsi otto anni da quell’undici febbraio: la notizia del suicidio dello stilista, appena quarantenne, il cui corpo fu trovato senza vita nel suo appartamento di Mayfair, rimbalzò di media in media e puntuali giunsero gli innumerevoli messaggi di cordoglio. Nessuno sembrava essere rimasto indifferente: se le sue muse, a partire da Kate Moss e Naomi Campbell, si dichiararono distrutte da quella perdita così tragica ed improvvisa, non fu forse dapprincipio del tutto chiaro quanto l’intero fashion system sarebbe uscito drasticamente mutato da quell’evento. Uno spartiacque divide la moda contemporanea: il prima e il dopo Alexander McQueen. Un cambiamento epocale ha avuto luogo negli ultimi anni: e se il fenomeno delle fashion blogger aveva già visto nel 2010 i primi vagiti, gli effetti della crisi economica e di quella, non meno poderosa, dell’editoria, non si erano ancora manifestati nella loro dirompente potenza. Quel che è certo è che di Lee Alexander McQueen, nato a Lewisham, nel Sud-Est di Londra, da un tassista e un’insegnante, ricordiamo tutti la creatività e l’anima tormentata, condicio sine qua non perché nasca il genio, quello vero, capace di entrare nei libri di storia.

Il giovane Lee trascorre la sua infanzia in un alloggio popolare nei sobborghi londinesi insieme ai suoi cinque fratelli; dopo aver lasciato la scuola a soli sedici anni, il giovane frequenta un corso per diventare sarto presso il Newham College, per poi lavorare come apprendista presso la sartoria Anderson & Sheppard, sita nel cuore di Mayfair, e successivamente presso Gieves & Hawkes e per i costumisti teatrali Angels and Bermans. Una formazione a tutto tondo, completata presso il Rosetta Art Centre di Yvonne Humble. Sarà proprio quest’ultima a scrivere le sue referenze per entrare alla prestigiosa Central Saint Martins. Il talento di Lee è già evidente e il giovane vanta un portfolio eccezionale, tanto che Bobby Hillson, fondatore della scuola, lo convince a seguire un corso come studente, mentre l’intento del ragazzo era di lavorare come tutor per il taglio dei modelli.

Il 1992 è l’anno del diploma, con una collezione dedicata a Jack lo Squartatore. Gli elementi che renderanno la sua estetica unica ci sono già tutti: la teatralità e i risvolti dark, le atmosfere cupe e l’anima vittoriana caratterizzano già quella collezione embrionale, tanto da conquistare il cuore della celebre fashion editor Isabella Blow, che ne acquistò ogni singolo pezzo. Fu proprio lei, eccentrica e visionaria protagonista della scena fashion londinese, a consigliare al giovane di utilizzare da quel momento in avanti il suo secondo nome, Alexander. Isabella Blow fu per lui una figura determinante: pigmalione ante litteram, la stylist intuì fin da subito le immense potenzialità del giovane. Quasi anime gemelle, sebbene provenissero da ambienti sociali opposti, i due si riconobbero fin da subito in un’affinità elettiva che si trasformò in un prolifico sodalizio artistico, fino alla condivisione del medesimo tragico destino, quando la moda, elemento che li aveva uniti e che teneva in vita le rispettive personalità, voltò loro le spalle.

L’ascesa di Lee è costante: sarà lui a disegnare i costumi per il tour di David Bowie del 1996/’97. Indimenticabile il Duca Bianco fasciato dentro la redingote decorata con i colori della Union Jack, che appare anche sulla cover dell’album Earthling. Arrivato alla direzione creativa di Givenchy nel 1996, dopo John Galliano, Lee si fa riconoscere ancora una volta per la sua ribellione rispetto a codici e schemi precostituiti: lui, figlio della classe operaia londinese, detesta Parigi e i suoi eccessi e arriva ad apostrofare monsieur Hubert de Givenchy come personaggio irrilevante. La prima collezione per la maison è un fiasco clamoroso. Ma il brand che porta il suo nome continua ad affascinare: Lee è pluripremiato e brilla nel fashion biz come figura portante della contestazione anni Novanta. I suoi eccessi mai sterili, e le sue provocazioni, mai gratuite, gli valgono l’appellativo di enfant terrible e di hooligan della moda inglese.

Ogni sfilata è un evento, una masquerade iconica: si alternano sulla passerella riferimenti iconoclastici e note blasfeme, drammi in chiave tecnologica e, ancora, rappresentazioni allegoriche di guerra, rabbia, morte, poesia e rinascita, come nelle protesi in legno realizzate per la modella Aimee Mullins, nella collezione Primavera/Estate 1999. Nel 2003 rappresenta un naufragio, per giocare, due anni più tardi, su una scacchiera umana. Tra scenari intrisi di nichilismo e note edoardiane, sfilano crocifissi, cerchi di fuoco e mondi meccanizzati, maschere monumentali e perturbanti, in bilico tra le tradizioni della mitologia gaelica e guizzi futuristi, note punk e tocchi eccentrici, come i teschi, motivo iconico della maison, e gli scandalosi bumster.

Il 2008 è un anno molto duro per lo stilista, che deve affrontare la prematura scomparsa della sua mentore, Isabella Blow, morta suicida dopo essere stata allontanata da quello stesso mondo patinato di cui lei era stata una tra le stelle più fulgide. Lo stilista inaugura il 2010 infelice e tossicodipendente: dopo essere stato escluso dal calendario della London Fashion Week, Alexander perde anche la madre. L’11 febbraio viene trovato impiccato dalla governante; accanto al corpo c’è un biglietto in cui le chiede di prendersi cura dei suoi amati cani. Le sue ceneri vengono sparse tra le scogliere dell’isola di Skye; le ascendenze scozzesi che erano state tanto determinanti nella sua carriera si riprendono il suo genio. La direzione creativa del brand eponimo, già acquistato dal gruppo Gucci, viene affidata a Sarah Burton, che dal settembre 2010 sfila regolarmente nell’ambito della settimana della moda di Parigi.

Sembra quasi impossibile immaginare lo stilista nel mondo di oggi, tra il voyeurismo imposto dai social network e la spettacolarizzazione gratuita, dettata dalle regole del marketing. McQueen, schivo e riservato come pochi, ribelle per costituzione, forse non sarebbe stato capace di adattarsi ad un mondo come quello odierno, diviso tra follower e hashtag. Non è arrivato in questa nuova era, non ha dovuto fare i conti con l’ansia del condividere, con l’equazione che pone sullo stesso piano essere e sembrare. Scomparso poco prima, con lui è tramontata definitivamente un’epoca, una stagione forse irripetibile. Anarchico e irriverente, Alexander McQueen mirava a sconvolgere con le sue collezioni, all’insegna del pathos e dello scandalo: mai vittima del marketing, l’estetica del designer era mera espressione dal suo mondo interiore, popolato da fantasmi e creature mistiche. I suoi personaggi, figli di un universo dickensiano, rappresentano gli esclusi, i dimenticati, gli outsider, velati da un oblio perenne; quasi creature oniriche, testimoni di una struggente bellezza sulle rovine di un disastro. Genio e sregolatezza, tormento e poesia: lui, fedele alla propria estetica e alla propria etica, non pensò mai di redimersi. Perché tutto è puro per i puri.

2018-02-27T19:59:22+00:00

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